Il caso degli studenti italiani che hanno insultato una passeggera sul BTS di Bangkok ha provocato una comprensibile indignazione. La successiva caccia digitale ai responsabili, e contro gli italiani in generale, hanno però colpito anche Carolina Di Vico, una studentessa milanese mai stata in Thailandia. Ingiustizie diverse, unite dallo stesso meccanismo: la perdita del rispetto per l’altro.
Il caso degli studenti italiani sul BTS di Bangkok presenta due facce che devono essere raccontate insieme.
La prima è quella del comportamento arrogante e offensivo mostrato da alcuni giovani italiani nei confronti di una passeggera thailandese. La seconda è quella della gogna digitale esplosa dopo la diffusione del video, che ha travolto anche una ragazza completamente estranea ai fatti.
Da una parte, dunque, una legittima richiesta di rispetto. Dall’altra, una reazione collettiva che, superato il confine della critica, si è trasformata in minacce, molestie e falsa identificazione.
Raccontare soltanto una delle due parti significherebbe perdere la lezione più importante di questa vicenda.
Che cosa è successo sul BTS Skytrain di Bangkok
Il caso è esploso sui social thailandesi il 24 luglio 2026, dopo la pubblicazione di un video registrato a bordo del BTS Skytrain, il sistema ferroviario sopraelevato di Bangkok.
Nelle immagini si vede un gruppo di giovani italiani parlare ad alta voce, ridere e disturbare gli altri passeggeri. Una donna thailandese interviene e chiede in inglese di abbassare la voce.
Alla sua richiesta non seguono delle scuse, ma alcuni componenti del gruppo rispondono in modo sarcastico, la deridono e fanno gesti offensivi.
Nel corso dello scontro viene pronunciata anche la frase:
«Scusa se abbiamo portato denaro nel tuo Paese».
La frase viene interpretata da molti thailandesi come l’espressione di una mentalità precisa: l’idea che il turista, poiché spende denaro, possa sentirsi superiore agli abitanti del luogo e ignorarne le regole di convivenza.
È soprattutto questo aspetto, più ancora del rumore sul treno, ad alimentare l’indignazione.
Le scuse, l’intervento dell’ambasciata e le sanzioni
Il filmato diventa rapidamente virale, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Migliaia di persone commentano le pagine social dell’Ambasciata italiana in Thailandia e cercano informazioni sui ragazzi e sull’organizzazione responsabile del viaggio.
L’Ambasciata d’Italia a Bangkok esprime profondo rammarico e condanna il comportamento del gruppo, sottolineando che quelle azioni non rappresentano il popolo italiano. Anche i responsabili del programma educativo diffondono pubblicamente le proprie scuse.
Il 25 luglio, a seguito di una denuncia formale, cinque studenti e un accompagnatore incontrano la passeggera thailandese presso una stazione di polizia di Bangkok.
Durante l’incontro presentano le loro scuse e riconoscono l’inadeguatezza del comportamento tenuto sul treno.
I cinque vengono multati per le offese rivolte alla donna. La persona ripresa mentre mostra il dito medio riceve un’ulteriore sanzione per gesto osceno in luogo pubblico.
Al termine dell’incontro, le parti decidono di chiudere la controversia senza intraprendere altre azioni legali.
Perché la Thailandia ha reagito con tanta forza
La Thailandia accoglie ogni anno milioni di visitatori e il turismo rappresenta una parte importante della sua economia. Ma ospitalità non significa accettazione incondizionata di qualsiasi comportamento.
Per molti thailandesi, educazione, rispetto degli spazi comuni e cortesia non sono semplici formalità. Quando un visitatore straniero reagisce con arroganza a una richiesta espressa educatamente, l’episodio può essere percepito come un’offesa non soltanto individuale, ma anche culturale.
La frase sul denaro ha aggravato ulteriormente la situazione perché sembrava trasformare il rapporto tra visitatore e Paese ospitante in una transazione.
Essere turisti, studenti o clienti non concede però alcun diritto speciale sulle persone che vivono nel luogo visitato.
Da questo punto di vista, l’indignazione thailandese è comprensibile. I ragazzi e gli adulti presenti avevano la responsabilità di rispettare il contesto nel quale si trovavano e di scusarsi immediatamente.
Ma la storia non è terminata sul treno.
La caccia digitale ai responsabili
Dopo la diffusione del video, la ricerca dei colpevoli si è trasformata in una vera e propria investigazione collettiva.
Migliaia di utenti hanno confrontato volti, fotografie, braccialetti, occhiali e profili social nel tentativo di identificare le persone presenti sul BTS. In questo processo, però, la somiglianza è stata scambiata per una prova.
A pagarne il prezzo è stata anche Carolina Di Vico, una studentessa di Comunicazione pico più che ventenne che vive a Milano e che, secondo quanto da lei dichiarato, non è mai stata in Thailandia.
Nel giro di poche ore Carolina è stata indicata online come una delle ragazze presenti nel video.
Carolina Di Vico, colpevole per somiglianza
Mentre stava terminando la propria tesi universitaria, il telefono di Carolina ha cominciato a ricevere chiamate e notifiche. Il suo profilo Instagram è stato bloccato, probabilmente in seguito alle numerose segnalazioni, mentre la casella di posta dell’università veniva sommersa da messaggi.
La studentessa ha raccontato di aver ricevuto migliaia di insulti e minacce in thailandese, inglese e italiano tradotto automaticamente. Alcuni utenti le hanno scritto di conoscere il luogo nel quale studiava, altri le hanno rivolto minacce di morte o attaccato il suo aspetto fisico.
A nulla servivano le sue smentite.
Quando faceva notare di avere capelli e lineamenti differenti dalla ragazza ripresa sul treno, le veniva risposto che avrebbe utilizzato l’intelligenza artificiale per modificare le proprie fotografie.
Una montatura di occhiali simile è diventata una prova. Ogni differenza è stata interpretata come un tentativo di nascondersi, mentre ogni vaga somiglianza veniva trasformata in una sentenza.
Carolina ha quindi presentato una denuncia alla Polizia postale e conservato messaggi, screenshot e minacce ricevute.
Anche amici, fidanzato, università e una scuderia con la quale aveva collaborato sono stati coinvolti nell’ondata di commenti.
Quando la richiesta di giustizia diventa vendetta
La vicenda di Carolina non cancella le responsabilità delle persone presenti sul BTS.
Il comportamento mostrato nel video resta grave. Le scuse, le sanzioni e la condanna pubblica erano conseguenze prevedibili e legittime.
Ma identificare senza prove una persona estranea, pubblicarne i dati, minacciarla e coinvolgere le persone che le stanno intorno non rappresenta una forma di giustizia.
È un’altra ingiustizia.
La rete tende a eliminare il tempo necessario per verificare. Un’immagine viene condivisa, qualcuno propone un nome e, in pochi minuti, migliaia di persone trasformano un’ipotesi in una verità collettiva.
Da quel momento non si cerca più di capire se la persona sia realmente coinvolta. Si cercano soltanto dettagli che confermino la convinzione iniziale.
«La gogna digitale comincia dove finisce il dubbio».
La stessa passeggera thailandese ha chiesto di fermare l’odio
Un elemento importante è rappresentato dalla posizione assunta dalla donna thailandese coinvolta direttamente nell’incidente.
Dopo aver ricevuto le scuse e concluso il procedimento presso la polizia, la passeggera ha chiesto pubblicamente di interrompere le molestie. Ha spiegato di non volere che nessuno, né thailandese né straniero, fosse sottoposto a minacce e messaggi di odio.
Ha inoltre chiarito che il suo obiettivo era difendere la propria dignità, non alimentare l’ostilità contro una nazionalità o provocare una persecuzione collettiva.
Le sue parole indicano il confine che una parte della rete non è riuscita a rispettare: chiedere responsabilità non significa autorizzare la vendetta.
Le due facce della stessa medaglia
A Bangkok, alcuni italiani hanno dimenticato che trovarsi all’estero significa entrare nello spazio culturale e sociale di altre persone.
Sui social, migliaia di utenti hanno dimenticato che dietro un profilo esiste una persona reale, che non può essere condannata sulla base di una somiglianza o di un’intuizione collettiva.
Nel primo caso, il denaro è stato utilizzato come presunta giustificazione dell’arroganza. Nel secondo, l’indignazione è stata utilizzata per giustificare minacce e persecuzioni.
Il meccanismo è simile: chi si sente dalla parte giusta smette di vedere l’altro come una persona.
Non è una guerra tra Thailandia e Italia
Ridurre la vicenda a uno scontro tra thailandesi e italiani sarebbe un errore.
Non tutti gli italiani si comportano come il gruppo ripreso sul treno. Allo stesso modo, le minacce inviate da alcuni utenti non rappresentano l’intera società thailandese.
Il caso riguarda piuttosto due responsabilità universali.
La prima è quella di chi viaggia: conoscere le regole, rispettare la cultura ospitante e ricordare che il comportamento individuale può essere associato, giustamente o ingiustamente, al proprio Paese.
La seconda è quella di chi utilizza i social: verificare prima di condividere un nome, non pubblicare dati personali e non partecipare a campagne di odio, anche quando la rabbia iniziale nasce da un fatto reale.
Fonti: The Nation Thailand, The Straits Times, Ambasciata d’Italia a Bangkok, Corriere della Sera – intervista di Elisabetta Andreis a Carolina Di Vico.
